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Motals

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Cioè? Dovrei descrivere la mia personalità, magari inventandomi di sana pianta pregi che non possiedo e occultando difetti? Preferisco passare: chi mi conosce sa come sono e, nonostante ciò, mi resta amico, quindi non dico di essere un santo, ma faccio il mio meglio per non essere nemmeno un farabutto.

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Roberta .wrote:
Ti lascio un saluto
June 21
Ciao cara complimenti per il blog così semplice ma nel conciso così carino!!! Ma non ho capito, fanno un secondo signore degli anelli? Perplesso Scusa l'ignoranza... bacio
June 16
Motalswrote:
Bene, vedo che la gente sa ancora leggere (e scrivere, sob...), specialmente la parte in cui dico di non volere chat nel guestbook.
Nov. 9
 [¢ιασ!]

[ραѕѕανσ ∂ι qυα χ ¢αѕσ...вєℓℓιχιмσ ѕтσ вℓσg!χρ]

[ραѕѕα иєℓ му ѕρα¢єѕ ѕє тι να!]

[вує]

Oct. 22
Swrote:
Ciao Everyone! Really like this site. Especially the pics ! Wish I was in Europe right now :-) Cheers Sarah
Oct. 17
Denniswrote:
Il tuo blog è bellissimo... comunque sono DenIsBoNt94... quasi maggioe su halo e cn un grande potenziale lol.... ti aggiungo doma... ciaooooo
Sept. 23
Ciao.
bello il tuo blog e soprattutto le foto!!!
Sono cresciuto a Teglio e ora purtroppo torno solamente qualche volta in settembre/ottobre.
Ci sentiamo ciaoooo
 
Sept. 14
Giuliowrote:
Ciaaaao! Grazie ai tuoi consigli son riuscito a mettere un abbozzo di HTML personalizzato sul mio spazietto. Ma potevo scrivere frase più scema??!!! Ahahah... Grazie Grazie Grazie
Sept. 8
Giuliowrote:
Ciaaaao! Grazie ai tuoi consigli son riuscito a mettere un abbozzo di HTML personalizzato sul mio spazietto. Ma potevo scrivere frase più scema??!!! Ahahah... Grazie Grazie Grazie
Sept. 8
Simonewrote:
Ciao, contraccambio la tua visita con una toccata e fuga...purtroppo sono di fretta ma ripasserò...vedo che abbiamo due amici in comune...ci sentiamo presto!
Aug. 25
Io e Ro .wrote:
Ciao, davvero molto interessante ed intelligente il tuo blog! Stammi bene!
 
 
Aug. 13
Ciao! Come continua la settiman? Grazie mille per il commento alla foto! Un bacio
July 24
Giuliowrote:
Si si, la canzoncina di Junior Tv mette tanta allegria! Ci son giorni in cui mi alzo col piede sbagliato e la ascolto a tutto volume  A bocca aperta   Ciao!!!
July 23
chiarawrote:
bello!! mi piace questo blog...è davvero interessante....sono capitata qui x sbaglio....se ti va passa dal mio....
July 10
Ehilà! Buongiorno! A bocca aperta
Grazie per il commento.
Certo che accettiamo la tua amicizia, come potremmo non farlo? Hai un blog davvero interessante!
Comunque non studiamo fotografia... Ma andiamo in giro quasi sempre con la digitale... Adoriamo fare foto... Soprattutto alle cose più strane e disparate!
 
Buon proseguimento di giornata!
                                                        SteO & Sa*
July 9
There are no photo albums.
June 30

Tutte le scatole nere in “Halo Wars”

SN Halo wars

Ecco qui una breve e veloce guida per recuperare le scatole nere disperse nei vari livelli di Halo Wars. Non è difficile trovarle, ma data la loro dimensione contenuta su schermo, e considerando che verrete costantemente “intrattenuti” dai Covenant e dai loro attacchi, è possibile che non le notiate nemmeno.
Ricordo che recuperare le scatole nere non porta direttamente al conseguimento di nessun obiettivo, ma ognuna di esse sbloccherà uno degli eventi della Linea Temporale di Halo (il completamento della stessa porterà al raggiungimento di un obiettivo).

Missione 1: Base Alpha
Sotto l’ultimo ponte, prima di arrivare nella Base Alpha. Scendete usando uno scivolo.

Missione 2: La reliquia
All’interno di una recinzione a Nord della mappa, ad Ovest rispetto all’ingresso alla reliquia.

Missione 3: Interni reliquia
All’inizio della mappa, uscite dalla reliquia e scendete lungo il passaggio innevato fino a giungere ad uno spiazzo.

Missione 4: Città di Arcadia
Ai piedi di un edificio accanto ad uno dei due punti in cui è possibile erigere una base. Qui è possibile anche liberare Adam, che andrà scortato fino ad una navetta per sbloccare il relativo obiettivo.

Missione 5: Dintorni di Arcadia
Nello spiazzo nell’erba a Sud della base Covenant da distruggere per terminare la missione. Data la gran quantità di nemici, consiglio di recuperarlo quando si avrà il controllo del Team Omega composto da Spartan.

Missione 6: Cupola di luce
Nel punto in cui dovete posizionare il terzo Rhino, nella zona che si deve raggiungere con un Pelican. Se mandate una squadra, meglio di Spartan, a ripulire la zona dalle forze Covenant, approfittatene per recuperare la scatola nera.

Missione 7: Scarab
Nel muro di roccia in cui è incastrato lo Scarab in costruzione, ad Est è presente una rientranza in cui sono presenti anche diversi rifornimenti.

Missione 8: Segnale di Anders
Su un altopiano ad Est del punto, all’inizio della missione, in cui sono schierati i Covenant.

Missione 9: I Flood

Nell’angolo Ovest, in una piccola valle protetta da steli Flood.

Missione 10: Pianeta Scudo
Alle spalle del Team Bravo.

Missione 11: Purificazione
Sullo scafo non raggiungibile a piedi della Spirit of Fire, nella zona Ovest. Recuperatelo con un mezzo aereo.

Missione 12: Riparazioni
Sempre sullo scafo, anche questo nell’angolo Ovest. Recuperate anche questa con un mezzo aereo.

Missione 13: Testa di sbarco
A Nord Est del secondo teletrasporto che conduce all’ultima base Covenant. La scatola nera si trova in un altopiano raggiungibile anche a piedi.

Missione 14: Reattore
In mezzo ad un bosco, accanto alla prima salita che il reattore deve superare. Si può raggiungere anche a piedi.

Missione 15: Fuga
A Nord, a ridosso di un angolo della cupola.

June 25

“Il Signore degli anelli” versione Tellina – 15° puntata

Torna all’indice…

Gandalf sollevò stancamente la testa e fissò la porta quando si aprì.
L’orco braccio destro di Saruman, Kommon, entrò spingendo un carrello portavivande, il cui contenuto era nascosto da un grande coperchio di metallo. La prima volta che l’orco era entrato con il portavivande, il magone era sobbalzato credendo portasse gli strumenti di tortura: non aveva con sé pinze od i cavi elettrici usati per ricaricare le batterie delle auto, ma quello che portava non era di certo meglio.
Quando tolse la campana, il cibo che custodiva fece rivoltare lo stomaco di Gandalf, e non dovette vomitare solo perché erano ormai due giorni che non mangiava nulla. In quel demoniaco buffet non mancava nulla che potesse scontrarsi con la sua fede: streghe sabbiose, acqua imbottigliata in plastica con etichette non viola, pomodori probabilmente coltivati a latitudini inferiori al 61° Nord, posate non lavate con la cenere di un tronco di frassino cresciuto all’ombra di un cipresso. L’unica cosa commestibile, perché Lost Food non ne parlava, era il caviale di Beluga, una montagnetta dal valore di almeno 200 monete d’oro, che però a Gandalf faceva schifo comunque e non l’avrebbe mangiato nemmeno morto.
Kommon era ormai spazientito. Avevano recuperato quel terrorista dal robot che aveva distrutto l’Istituto Superiore di Sanità e ucciso il Dottor Kirg precipitando su Isengard, e l’avevano ricoverato in una clinica della città. Sauron temeva potesse morire, sia perché aveva giurato di aiutare chiunque, sia perché voleva avere tra le mani uno degli adepti del Culto del Furmentun, a cui far sputare la verità sui loro attacchi contro di lui.
Gandalf si era svegliato dopo poche ore, ed era stato rinchiuso in una stanza della torre in cui si trovavano anche gli uffici privati di Sauron, in attesa che quest’ultimo decidesse di consegnare il terrorista alle forze dell’ordine, o Gandalf si convincesse a parlare e rilevare i piani del Culto del Furmentun atti a distruggere e danneggiare le sue aziende.
- Non otterrà nulla, con uno sciopero della fame. – disse infine Kommon, interrompendo il silenzio che si prolungava ormai da diversi minuti.
Gandalf fissava il suo aguzzino. – Non mangerò mai quelle porcherie! Portale via e dalle ai porci, se non vomitano vedendole.
- Ma cos’hanno che non va? – Kommon non riusciva a capire per quale motivo il suo capo volesse rimpinzare quel dannato terrorista con tutto quel ben di Dio… ma che facesse la fame, così magari avrebbe parlato, mentre lo stomaco gli ruggiva.
- Quell’acqua è imbottigliata!
- E allora? E’ perché è nella plastica?
- No, è perché non è stata attinta da un pozzo in cui ci sono delle lumache.
La bocca di Kommon si distorse in un’espressione di disgusto. – Dannazione! Va contro le più basilari leggi dell’igiene… dev’essere pieno di malattie.
- Anzi, è acqua sanissima! Hai mai visto una lumaca ammalata? Stanno solo dove non ci sono pesticidi o antiparassitari.
L’orco, pensando a quando era un ragazzo di strada, costretto a rubare per potersi riempire la bocca almeno una volta al giorno, che doveva bere acqua lurida, in un impeto di rabbia ribaltò il carrello portavivande, gettando cibo sul pavimento.  - Vedrà cosa succederà alla vostra dannata congrega! – minacciò Gandalf, puntandogli contro un dito, quindi uscì sbattendo la porta.
Il magone, rimasto impassibile con le gambe incrociate sul letto, riconobbe nell’improvvisa aggressività dell’orco l’assunzione eccessiva di proteine animali da bovini nati in giorni dispari. Una di quelle cose che Lost Food insegna ad evitare…, pensò Gandalf.
Il suo sguardo tornò a vagare fuori dalla grande finestra che dava su un terrazzo. Lì fuori si apriva la città di Isengard, qualcosa che nel resto della Terra di Mezzo non si poteva trovare. Grattacieli, edifici ricoperti da vetri, parchi botanici che s’insinuavano ed interrompevano i quartieri, traffico praticamente inesistente sulle strade ma grande uso di trasporto pubblico in metropolitane. In lontananza un aeroporto internazionale da cui partivano ed atterravano ogni pochi minuti aerei, accanto al quale era in preparazione, su un sito di lancio, la prossima missione dello shuttle realizzato dalla Saruman Spacecraft inc, per portare in orbita nuovi moduli per la costruzione della SSS(1).
Ora che vedeva la città gli sembravano impossibili tutte quelle voci sul fatto che fosse invivibile, il cielo fosse costantemente ricoperto da smog che impediva al sole di illuminare le poche piante malate non ancora scacciate dal cemento, le fogne si riversavano nelle strade e le zanzare e altri insetti portatori di malattie vi prosperavano. L’unica cosa vera era il fatto che qui vivessero solo orchi, ma il pettegolezzo che li descriveva come primitivi, che passavano le giornate lungo le strade a massacrarsi l’un l’altro con mazze di ferro o bastoni, era decisamente sbagliata.
Anche i medici che lo avevano curato mentre era svenuto dopo che il dannato robot che lo aveva rapito era precipitato su Isengard erano degli orchi, e lo avevano rimesso in piedi in poche ore, quindi non erano quei trogloditi che tutti dicevano.
Nonostante ciò, era proprio la città in sé il problema: Saruman dove aveva preso i soldi per edificarla? Realizzare una città di quelle dimensioni, comprando i terreni in cui prima erano presenti una manciata di case di pietra, qualche stalla ed un pozzo, richiedeva molto denaro, e Saruman dove l’aveva trovato? Qualcuno sosteneva che aveva avviato un attività illegale e segreta quando lavorava in Olanda, qualcosa riguardante le montagne… probabilmente spaccio di scarponi da scalate o simili.
Quella città che brillava al sole, in cui tutto sembrava rispettare le più recenti teorie della urbanistica, creando al contempo un luogo abitabile e piacevole a vedersi, poteva fondare le sue fondamenta su alpinisti che si ritrovavano gli scarponi che si spezzavano durante la traversata di un passo di montagna. Probabilmente quel basso edificio lì fuori, appena oltre il parcheggio, il “Canotti auto gonfianti d’emergenza Saruman”, era stato costruito con i soldi di escursionisti che hanno sofferto le vesciche sotto i piedi perché le scarpe erano di misure diverse da quelle dichiarate sulle confezioni.
La porta si riaprì alle spalle di Gandalf, e quando il magone si voltò si trovò davanti niente di meno che lo stesso Saruman.
Non l’aveva mia visto di persona prima di allora, ma solo su foto pubblicate nei giornali o in qualche servizio alla sfera di cristallo LCD. Di persona, comunque, aveva un aspetto diverso da quello pubblico: sembrava più vecchio, stanco, le rughe sulla fronte ed i lunghi capelli scompigliati lo facevano apparire più umano.
L’imprenditore fissò per diversi secondi il terrorista, prima di parlare. – Perché?
Gandalf alzò un sopracciglio, dubbioso. – Perché, cosa?
Saruman sembrò sul punto di esplodere in un attacco di rabbia, ma si trattenne. – Perché mi attaccate, perché mi avete dichiarato guerra? Cosa credete di fare, salvare il mondo distruggendolo?
- Non capisco cosa… – mormorò Gandalf. Sapeva che era successo un gran disastro, la fuori, quando il robot era precipitato sull’edificio adibito alle ricerche mediche, ma ignorava che tutti lo considerassero uno dei mandanti dell’attacco, un martire che pilotava il mostro meccanico in un attacco kamikaze.
Ora Saruman perse la pazienza e gridò, stringendo ed agitando i pugni. – Dannazione! Sto cercando di migliorare la vita alla gente, e voi dannati ecoterroristi sparate ai miei camion, dirottate i miei aerei e bruciate le mie fabbriche! – Afferrò Gandalf per il bavero dell’abito da mago. - Avete fatto saltare in aria un ospedale pediatrico, ieri! Pensate che far morire bambini di malattia possa far piacere agli alberi ed alle bestie della foresta?
Gandalf, angosciato dagli occhi infuocati del suo carceriere, cercava di liberarsi dalla presa di Saruman. – Cosa… Stai forse insinuando che io sia del Culto del Furmentun?
Saruman lanciò il magone contro il letto, dove inciampò e cadde seduto. – Allora cosa ci facevi su un loro robot da guerra?
- Io… – balbettò Gandalf. – Io ero al Tunnel di Moria, mentre accompagnavo… beh, amici in una gita, e siamo stati attaccati dal robot. Io ho distratto il mostro di ferro, mentre gli altri fuggivano, ma mi ha catturato e, dopo aver girato in lungo ed in largo per i cieli, siamo precipitati qui. – Non disse tutta la verità sulla loro missione dell’anello da portare a Mordor per distruggerlo: aveva sentito che Saruman era invischiato in affari con Sauron e non voleva dirgli nulla che potesse compromettere l’incolumità di Frodo e del resto della banda. Già bastava Frodo e la sua intelligenza a giorni alterni per rischiare di mandare a monte tutto, se poi ci avesse messo lo zampino Saruman con le sue magagne…
- Ah, certo, devo crederci? – ribatté il ricco imprenditore. – Scommetto che un giorno, mentre eravate nel bosco, tu ed i tuoi amici fanatici del verde, hai buttato a terra la carta di una gomma americana. Gli altri ti si sono rivoltati contro e l’unico modo che hanno trovato per farti redimere era un attacco suicida contro le mie proprietà. Di certo volevi colpire la mia torre, per eliminare me e tagliare alla testa tutte le mie organizzazioni, ma visto che tutti gli edifici sono coperti da vetri la gibigianna che ti ha colpito gli occhi ti ha accecato e sei precipitato sul punto sbagliato.
Gandalf fu tentato di ribattere che erano tutte follie, ma Saruman non aveva ancora terminato. – Schiantandoti sull’Istituto di Medicina hai ucciso alcuni tra i più importanti scienziati, intenti a salvare il mondo dalle malattie! Ma già, dimenticavo, voi amate i batteri, i virus ed i vibrioni… loro sono meglio degli uomini perché rispettano la natura!
Il magone, disgustato all’idea di essere considerato un ecoterrorista, si drizzò in piedi dal letto, dimostrando di possedere un’agilità fuori dal comune per la sua età. – Finiscila con questa storia! Chi ti credi di essere? Non ho la più pallida idea di quale motivo porti quei folli ad attaccarti, ma nemmeno tu puoi dirti questo santo! – Allungò una mano verso la finestra della stanza, indicando la città all’esterno. – Quello come lo metti? Quali illeciti affari hanno portato la ricchezza necessaria a costruire Isengard?
Punto nell’onore, Saruman sembrò calmarsi. – Non permetto che si metta in dubbio la mia onestà. Sono ricco perché ho lavorato, risparmiato e fatto ottimi investimenti. Qui non sono io il terrorista che ha ucciso un grande luminare della medicina, ma tu!
Gandalf rincarò la dose. – E allora, la tua alleanza con Sauron? Ne parlano tutti! Quel tizio è un folle, un dio caduto che vuole distruggere il mondo!
Saruman sbuffò, alzando le mani. – Ma perché tutti si impuntano su questa storia? Sauron è un bravo ragazzo… d’accordo, qualche millennio fa ha tentato di dominare il mondo, ma poi si è accorto che ti si creano dei casini indicibili con la logistica, spostamento di truppe per sedare le rivolte, e poi imparare tutte le lingue per farsi capire da tutti i popoli, e questo, e quell’altro… Ah, lasciamo perdere, gli ho detto, trovati un hobby e lascia perdere le rogne degli altri. Da quel giorno si è appassionato di cinema e passa il suo tempo a guardare film.
” D’accordo, è un po’ burbero… dopotutto un tempo era una divinità, e abitare in una torre pagando l’affitto ad una vecchia bisbetica farebbe girare le balle a chiunque… ma basta portargli un bel collirio per l’occhio arrossato e vedi che cambia da così a così.
- Ma stai scherzando? – esclamò Gandalf. Il nemico aveva fatto il lavaggio del cervello a Saruman usando i suoi poteri divini?
- E proprio voi del Culto del Furmentun dovreste essere felici del mio accordo con Sauron! Ho stipulato un accordo per lo sfruttamento dell’energia geotermica prodotta dall’attività magmatica del Monte Fato, per produrre elettricità a basso prezzo e senza inquinamento, in più facendo lavorare un centinaio di persone che, in caso contrario, adesso ingrasserebbero le file della criminalità locale.
Gandalf era sconcertato. Accordi con Sauron? Energia geotermica? Ma erano tutti impazziti? Quello era un mostro, lo diceva anche la rinomata rivista platinata “L’hobbit ficcanaso”, mostrandolo mentre faceva l’ingresso ad una festa di Vip indossando uno smoking uscito di moda l’anno prima.
Saruman alzò una mano, bloccando le parole in gola a Gandalf. – Ora basta. – disse con calma. – La nostra discussione è terminata e, poiché non hai intenzione di dire nulla che possa essermi d’aiuto, dopodomani verrai tradotto alla prigione a pochi chilometri da qui: ho già contattato il capitano della milizia locale e non vede l’ora di avere tra le mani un pazzo terrorista come te.
Gandalf deglutì a fatica a quelle parole, capendo di essere finito davvero nei guai. In quel momento avrebbe mandato al diavolo le regole di Lost Food e avrebbe gradito volentieri un bicchiere d’acqua non attinto da una fontana invasa da lumache.

Ma i pellerossa non escono mai dai loro villaggi
poiché sono in riserva?…

_______________________________________
1. Saruman Space Station.

Tempi di esami

Pur essendo già da un po’ che ho finito la scuola, la fine dell’anno scolastico in questi giorni mi ha fatto pensare.
Per cominciare sono felice che quel clima da buonismo sia finito, con quella dannata idea del sei politico, una delle follie che hanno distrutto l’Italia, e che adesso comincino a segare le gambine agli studenti che non hanno aperto il libro durante l’anno. Ero davvero furioso quando passavo le giornate a studiare e dovevo essere messo sullo stesso piano di chi non sapeva spiegare la legge di Ohm o in che anno e per quale motivo si è tenuta il Congresso di Vienna perché riteneva lo studio una pratica denigrante. Allo stesso modo ritenevo una beffa sostenere gli esami di terza superiore (non chiedetemi come si chiami tale classe, ora) con gente che non solo non era in grado di scrivere una frase qualsiasi, ma neppure il proprio nome (e non sto scherzando).
Dato che gli esami sono comunque una di quelle esperienze nella vita che segnano davvero (ammetto di sognarmeli ancora, di tanto in tanto) e sono temuti, le tecniche sviluppate per poter sconfiggere questo mostro sono infinite. Ricordo che, quando dovevo fare gli esami di terza superiore, qualcuno era saltato fuori con l’idea di spedire un SMS con una traccia dello scritto ad un amico esterno all’edificio scolastico, quindi farsi rimandare con lo stesso metodo il tema scritto da copiare. Fattelo mandare tu il tema di quattro pagine via SMS, tra l’altro senza farti beccare, fattelo mandare tu!
Un altro voleva riscrivere le tracce su un foglietto, andare in bagno e gettare quest’ultimo dalla finestra. Un complice avrebbe raccolto il foglietto, scritto il tema e lo avrebbe messo in una scatola di medicinali. A quel punto l’esaminando avrebbe simulato un malanno ed il complice sarebbe arrivato in suo aiuto portando le medicine che occultavano il testo da copiare. Doveva aver visto qualche James Bond di troppo…
Oggi, invece, visto che tutti devono avere bisogno di tecnologia, e siti senza alcun senso, se non quello d’incoraggiare e giustificare la pigrizia e l’ignoranza degli studenti, cercano di guadagnarci, ecco che salta fuori l’orologio su cui memorizzare un anno di studi e poterlo leggere comodamente mentre si danno gli esami scritti. Per cominciare, sono sicuro che ci saranno una marea di studenti che, invece di studiare, se ne andranno in giro per negozi a cercare suddetto oggetto tecnologico, e poi passare ore a cercare di capire come funzioni. Poi, questo oggetto sono tre settimane che viene mostrato giornalmente su “Studio Aperto”: ora, questo orologio l’avranno visto la metà degli studenti italiani, diventando una specie di Must Buy, ma allo stesso tempo dev’essere conosciuto da qualunque professore che, ovviamente, farà il controllo dei dispositivi elettronici in possesso dei propri esaminandi. Se ai miei tempi non potevi tenere una calcolatrice, dubito che oggi si potranno tenere sul banco Iphone e robe simili.
In effetti, mi chiedo se il servizio di “Studio Aperto”, andato in onda a ripetizione fosse indirizzato agli studenti o piuttosto agli insegnanti.

June 21

L’escursione da Sondrio a Grigioni passando per la Madonna di Sassella

sondrio grigioni
Continuando con la mia esplorazione delle meraviglie dell’area valtellinese, oggi ho deciso di provare una escursione che ho trovato su una rivista. Avevo intenzione di andare in montagna, ma poiché aveva piovuto ieri ed era parecchio freddo, ho deciso di scegliere una gita a bassa quota, in una zona accanto alla quale passano migliaia di persone dirette in Svizzera o a Livigno da Milano e Lecco ma che, scommetto, ignorano l’esistenza di una meraviglia simile.
Si può lasciare l’auto nel parcheggio dove Via Torelli incrocia Via Aldo Moro, poiché c’è sempre posto libero. Da qui si risale il Lungo Mallero Luigi Cadorna fino al caratteristico ponte coperto costruito dopo l’alluvione del 1987 che flagellò la Valtellina. Una volta oltrepassato il fiume Mallero, raggiungete la Piazzetta Carbonera, e da qui imboccate Via Ercole Bassi.
Davanti a voi potete vedere la prima delle quattro cappelle della Madonna della Rocca, realizzata nel 1713, e, nell’idea dei suoi realizzatori, doveva essere il punto di partenza per una processione che avrebbe raggiunto la Madonna di Sassella incrociando altre 14 cappelle, ma l‘opera non venne mai completata.
Si prosegue lungo Via Francesco Saverio Quadrio, oltrepassando Via Bernina, che conduce nella Valmalenco, ed imboccando Via Valeriana, accanto ad un piccolo campo giochi. Proseguendo, si possono ammirare alcune magnifiche abitazioni, oltre alla seconda cappella della Madonna della Rocca, fino a superare i campi di atletica/calcio e rugby. Giunti in fondo alla strada, dietro alla pizzeria, dove si trova anche la terza cappella, risalite la strada fino al primo tornante.
Qui, al cartello che indica l’antica Via Valeriana, imboccate il sentiero tra le vigne. Dopo qualche decina di metri, potrete godere di una magnifica vista della valle, con Albosaggia adagiata ai piedi della montagna, oltre ad una superba mulattiera. Lungo il percorso è possibile vedere la prima destinazione del viaggio, il Santuario della Madonna di Sassella, oltre, a metà strada, della quarta ed ultima cappella della Madonna della Rocca, l’unica di cui è possibile vedere l’interno.
Sassella è ormai vicina, raggiungibile in pochi minuti. La contrada, nonostante sia minuscolo, è un piccolo gioiello, con una piazza ben curata. Qui è possibile visitare il magnifico santuario, che vanta magnifici affreschi all’interno e, durante le ultime restaurazioni, all’esterno emersero i nomi di viandanti del ‘700 partiti dalla valle per raggiungere Roma durante gli anni giubiliari.
Qui è anche presente un importante ristorante, Torre della Sassella, e la produzione di un vino che prende il nome dalla contrada.
Proseguendo, si prende la strada asfaltata che scende verso la zona commerciale; arrivati a valle, a destra è possibile vedere una parete di roccia, in cui sono infissi chiodi per le scalate. Si continua risalendo la strada dietro all’Expert. La via si rivela essere in parte cementata ed in parte solo sterrata.
Dopo aver percorso quasi un chilometro attraverso le vigne, la strada termina in un prato. Tenendo il lato destro, si risale lungo un sentiero che per un tratto attraversa un piccolo bosco, per poi giungere in altre vigne ed alla contrada di Ca’ Bianca. Appena prima della casa che delimita l’abitato, risalite attraverso le vigne fino a giungere alla contrada soprastante, Grigioni. Qui la risalita è piuttosto difficile in alcuni tratti per la pendenza delle vigne, e richiede un attimo per potersi orientare.
Una volta giunti in cima alla salita ed essere giunti nella contrada di Grigioni, prendete la strada a sinistra e, arrivati alla fontana, la via asfaltata che risale verso Est. Dopo una lunga passeggiata ed aver svoltato a destra al bivio, arriverete a Triasso. Qui superate l’abitato e, al nuovo incrocio, prendete la strada che prosegue lungo una poco invitante salita.
Dopo un primo tratto che potrebbe mettere a dura prova i muscoli delle vostre gambe, potrete godere della vista sulla media Valtellina da Colorina fino a Tirano, oltra a Sondrio dall’alto ed il monastero. Qui la strada prosegue per un paio di chilometri lungo le vigne senza particolari novità, fino a raggiungere l’incrocio per la contrada di Sant’Anna, con tanto di mappa e cartello con indicate le destinazioni ed i loro tempi. Prendete il sentiero sotto le imponenti mura del monastero e continuate a costeggiarle anche all’incrocio, fino a raggiungere la contrada di San Bartolomeo. Seguite l’asfaltata verso il basso e dove si unisce con la strada che unisce la Valmalenco a Sondrio.
Cercate sulla strada un crocefisso, accanto al quale è presente un cartello con le direzioni: scendete la scalinata e proseguite fino a San Bartolomeo lungo il sentiero. Una volta nell’abitato, alla fontana andate prima a Est, quindi a Sud, passando sotto una bassa volta ed attraversando la zona adibita ad orti. Seguite il torrente e oltrepassatelo sul piccolo ponte. La strada prosegue lungo un bosco, scendendo fino alla contrada di Gombaro, un tempo rinomato luogo di villeggiatura sia in estate che in inverno.
Superate il ponte e, seguendo all’incontrario la strada che portava al Fossati, potete ritornare alla macchina o fermarvi a mangiare nei diversi ristoranti ed alberghi lungo la via.

Informazioni sull’escursione:  
Lunghezza: 14 chilometri
Numero di passi: Circa 19500
Durata: 3,5 ore o più
Difficoltà: 2/5 – alcuni punti nelle vigne possono essere faticosi e difficili
Bellezza: 4/5 lungo alcuni tratti; 5/5 l’interno del Santuario della Madonna di Sassella
Potete trovare l’itinerario ed i principiali punti di orientamento in un file visibile in Google Earth nella casella a destra:
Potete trovare le foto scattate durante la mia escursione cliccando nella casella qui di fianco:
June 14

“Il Signore degli Anelli” versione tellina – 14° puntata

Torna all’indice…

Vincenzo I, continuando a spingere sui pedali della bicicletta, fissava il piccolo schermo del suo cellulare su cui compariva una cornetta che si muoveva e sotto la scritta “Sauron”.
- Non ha ancora risposto? – chiese Jessica I, appena dietro la bicicletta del capo dei Nazgul. Erano dovuti uscire dalla foresta per poter chiamare il loro mandante, poichè tra gli alberi non riuscivano a trovare il campo per il cellulare, abbandonando così la possibilità di poter raggiungere Mordor senza essere individuati. Non che temessero quei quattro pistola che se ne stavano nell’area picnic, gridando il nome del nanetto dai piedi pelosi a cui i Nazgul stavano dando la caccia, anche perchè avevano dato giù di pedali come matti durante la fuga, prima sulla Statale, e poi di nuovo nei boschi, creando così una grande distanza da quelli, nel caso volessero inseguirli.
Poi, dopo due settimane di ricerche infruttuose e l’esplorazione di buona parte della Terra di Mezzo, si erano finalmente concessi una nottata di sonno, passata prima a cantare attorno al fuoco, poi avevano giocato fino all’alba a “Trivial Pursuit Gazosa”, divertendosi come matti. No, in effetti non avevano chiuso occhio nemmeno quella notte, ed ora molti erano mezzi addormentati, come avevano dimostrato due componenti dei Nazgul che si erano schiantati contro altrettanti alberi quando si erano abbioccati al manubrio delle rispettive biciclette. Però si erano davvero divertiti quella notte, dopo tante tribulazioni…
- No. – ammise Vincenzo I, chiudendo lo sportello del cellulare e rimettendolo in tasca. – Probabilmente sta guardando qualche d’uno di quei suoi film da coma, e non ha nessuno con le dita che gli prema il tasto del cellulare per accettare la telefonata.
- Guardala così: quando arriveremo alla Torre Oscura e gli mostreremo i due hobbit, faremo una gran bella sorpresa, a Sauron. – ribattè Jessica I.
- Esatto. – concordò Vincenzo I, allungando una mano per toccare l’hobbit che trasportava nel cestello davanti appeso al manubrio. – Vero, piccolo hob…
Ma la mano sfiorava l’aria, nessun hobbit intercettava le sue dita. Vincenzo I voltò di scatto la testa in avanti, vedendo il cestello di vimini completamente vuoto.
- Oh, maledizione…

Pipino, sdraiato su un lato, si sentiva più un verme con la schiena spezzata che uno di quegli eroi dei film d’azione quando si trascinano imbavagliati e legati verso un termosifone dove sfilacciare le corde, mentre si dimenava nel fango per allontanarsi dallo spiazzo nel bosco e nascondersi tra le piante. Magari lì avrebbe trovato qualcosa con cui liberarsi… forse non un calorifero, ma almeno un sasso appuntito o qualche oggetto simile.
Cantando “Nessuno mi può giudicare” come se ne andasse della loro vita, i Nazgul avevano smontato le tende, spento il fuoco ed erano ripartiti in sella alle loro biciclette, abbandonando lui e Merry come sacchi della spazzatura in attesa della camionetta che li avrebbe raccolti e portati alla discarica. Forse si erano accorti che non erano loro il bersaglio che erano stati mandati a catturare e avevano deciso di lasciarli lì, per tornare alla caccia di Frodo.
Comunque non era quello il modo di trattare dei prigionieri. Quei sette folli non avevano mai sentito parlare delle Convenzioni di Ginevra? D’accordo non portarli indietro, ma almeno liberarli, chiedere perdono e dar loro dei biglietti del pullman per tornarsene a casa? Era chiedere troppo?
Che poi non vengano a lamentarsi se gli lascio un pessimo commento sul loro sito internet o ne parlo male ai miei amici…
Maledicendoli, l’hobbit si concesse un istante per tirare il fiato, mantido di sudore.
Merry dormiva russando da meno di due ore, riprendendosi da una nottata insonne a causa del fracasso dei Nazgul: possibile che delle persone adulte potessero fare tutta quella baldoria, senza nemmeno essere ubriache? Una visita da uno psichiatra di quelli bravi non avrebbe potuta fare altro che bene, a quei sette; ma anche trovarsi un lavoro non avrebbe di certo guastato alle loro menti distorte…
Con un altra spinta dei piedi che affondavano nel fango, Pipino riuscì a muoversi un altro po’ verso la salvezza. Ormai la spalla su cui appoggiava gli doleva, e l’umidità del fango cominciava ad azzannargli le carni ed a succhiargli il calore corporeo, facendogli mancare le forze. Alzò lo sguardo verso la sua destinazione, una grossa quercia ricoperta in un lato di muschio, oltre la quale il terreno sembrava più asciutto e dove poteva cercare di rompere le funi che lo imprigionavano su qualche radice scoperta.
Non si era mai trovato in una condizione simile, legato ed imbavagliato, abbandonato in un bosco, ma la situazione gli sembrava ben più tragica ogni minuto che passava: non tanto dove trovare del cibo e dell’acqua potabile, e dove dirigersi una volta in piedi, quanto piuttosto l’immediato. Le corde strette attorno ai polsi ed alle caviglie sembravano molto resistenti e non sapeva come romperle. Sfregarle contro un albero, come un orso con la schiena che prude, gli sembrava poco funzionale: la corteccia, ruvida, si sarebbe staccata in pochi istanti, lasciando scoperta la parte interna, inutile per le sue intenzioni; di sassi con angoli tanto appuntiti da rendersi funzionali, poi, non si aspettava nemmeno di trovarne… Ecco, un pezzo di vetro sarebbe stato utile: certo, avrebbe avuto il bisogno di Merry affinchè uno tenesse in mano il coccio e l’altro si liberasse.
Merry… pensò Pipino continuando a strisciare, Fino ad ieri aveva con sè abbastanza bottiglie da ubriacare un esercito, ed ora se ne sta legato come un salame, senza nemmeno un pezzo di vetro. Io mi lamentavo che si portava dietro mezza distilleria, ed ora tornerebbe comoda quasi quanto un… sì, un termosifone. 
E proprio in quel momento l’hobbit addormentato si svegliò alle spalle di Pipino, mugugnando qualcosa. Gl’impediva di parlare uno dei due fazzoletti, qualche souvenir preso ad un concerto dei Gazosa,  ma Pipino era certo che l’amico si stesse lamentando dell’impossibilità di fare la sua solita colazione di grappa al caffè e biscotti al riso soffiato.
Quando mi sarò liberato potrai affogare nella grappa, ma adesso non rompere… pensò l’hobbit, finchè non sentì sprofondare qualcosa nel fango dietro di lui, e ancora e ancora. Passi di qualcuno che si avvicinava.
D’un tratto Pipino si sentì sollevato, staccandosi dal terreno che non voleva lasciarlo scappare, e ruotando su sè stesso vide in faccia quello che doveva essere il capo dei Nazgul.
- Ehi, piccolo, – gli chiese l’umano, – dove stavamo andando?
Una delle donne del gruppo, mentre metteva Merry, il quale lottava dimenandosi, nel cesto della bicicletta, propose che, forse, stava andando dietro ad un albero a fare pipì.
- Meno male che non l’ha fatta sul mio termosifone che ho dimenticato qui, o mi sarei davvero arrabbiato! – esclamò un terzo Nazgul, raccogliendo da terra un calorifero e legandolo sul portapacchi della sua bicicletta.
Fortunatamente il fazzoletto impediva all’hobbit di parlare, od il capo dei Nazgul sarebbe impallidito sentendo le ingiurie che Pipino sputò quando si accorse che l’oggetto a cui si era appoggiato tutta la notte era un elemento dell’impianto di riscaldamento.

Vincenzo I, continuando a spingere sui pedali della bicicletta, fissava il piccolo schermo del suo cellulare su cui compariva una cornetta che si muoveva e sotto la scritta “Sauron”.
- Ancora nulla? – chiese Jessica I, appena dietro la bicicletta del suo capo.
- Macchè! – esclamò l’uomo, chiedendo di scatto lo sportello del cellulare con un impeto di rabbia. – Starà guardando uno di quei film sovietici muti ed in bianco e nero di venti ore che alla seconda tenti il suicidio per la noia.
- Consolati: come ti dicevo questa mattina, gli faremo una bella sorpresa quando arriveremo alla torre oscura con ben due hobbit al posto di uno. – gli ricordò la ragazza, con un sorriso solare.
Vincenzo I, che per un breve periodo aveva temuto il peggio quando aveva scoperto che i due hobbit erano stati abbandonati nel loro temporaneo campo base, ogni istante che passava sentiva sempre più vicino il leggendario DVD del concerto dei Gazosa a Zagarolo, ora che avevano catturato il portatore dell’anello. Dovevano ancora fare centinaia di chilometri prima di raggiungere Mordor ed effettuare lo scambio con Sauron, ma già s’immaginava mentre estraeva dalla confezione il disco argentato e lo poneva sul vassoio del lettore, quindi premeva il tasto sul telecomando e lo spettacolo iniziava sullo schermo LCD a sessanta pollici che avevano nel loro rifugio segreto. Inondato di puro piacere fisico, Vincenzo I si chiese se avrebbe avuto la forza d’animo di vedere tutto lo spettacolo, o sarebbe passato direttamente al brano in cui il sacro componente dei Gazosa da cui aveva umilmente adottato il suo nome da discepolo stava soffocando per la tosse? Ancora qualche giorno e lo avrebbe scoperto!
Eccitato, si voltò verso il resto del gruppo e propose di cantare “www.mipiacitu”, in onore della fausta giornata che stavano vivendo. Pipino iniziò a piangere, sapendo di doversi sorbire per l’ennesima volta quel dannato motivetto, pregando gli dei di farlo morire all’istante o per lo meno di renderlo sordo.
Lo strazio, per fortuna dell’hobbit, durò poco perchè, mentre si trovavano sulla Strada Statale, le note martellanti della famosa canzone dei Gazosa vennero coperte dal rombo del motore di alcune Harley Davidson che stavano attraversando a gran velocità la striscia di asfalto.
Disturbato dal frastuono sempre più assordante, Vincenzo I fermò la bicicletta, fissando quei teppisti sulle moto. Ma chi diavolo sono quei barbari casinisti?, si chiese.

Con un paio si occhiali a specchio, barba incolta di qualche settimana, una bandana il cui colore originario era scomparso ormai da tempo per essere sostituito da una non meglio identificabile tonalità grigio scura ed un fiato tale da mandare in tilt una macchina per il test alcolico a quattro comuni di distanza, Faramir guidava la sua band di motociclisti, i Morti Putrefatti, in ritorno da un rave party durante il quale l’attività più salubre era stata leccare a turno la schiena verrucolosa di una rana allucinogena.
I Morti Putrefatti, universalmente ritenuti gruppo terroristico anche da Al Qaeda ed i cui componenti erano considerati individui non graditi e respinti alla dogana perfino in Corea del Nord ed all’ Inferno, si stavano dirigendo verso il “Festival della capra”, dove dare sfogo ai loro più bassi istinti, armati di spranghe e tosatrici elettriche con cui tosare gli animali più rinomati e rifoderare i giubbotti da motociclisti più rovinati.
Faramir, per qualche motivo sconosciuto alla razza umana (e così anche alle altre che popolavano la Terra di Mezzo), era il figlio prediletti del re Denethor, a discapito del fratello Boromir che, escludendo il recente arresto per schiamazzi notturni ed imbrattamento della gazzella dei Carabinieri, non era mai stato in prigione. Denethor ormai aveva pagato talmente tante volte la cauzione del figlio motociclista che, quando il Ministro dell’Economia presentava la finanziaria dell’anno successivo in Parlamento, tra le varie voci c’era sempre una che preparava i soldi per tirare fuori Faramir dalla prigione locale, ormai dotata di piscina olimpionica e saune e con quattro stelle nella Guida Michelin.
Quel giorno, come già detto, stavano tornando a casa per salutare il Sua Maestà il Re con il dito medio e per fare un po’ di caos nel secolare “Festival della capra”, quando Faramir vide sette individui in bicicletta. Nonostante i fumi dell’idromele corretta con il solvente offuscassero il suo cervello tipo la nebbia in Val Padana cantata anni fa da Cochi e Renato, riconobbe al volo i Nazgul.

Come se fossero dei ricercati, le foto segnaletiche dei Nazgul erano appese sulle bacheche di ogni gruppo motociclista, di amanti del rap e di un paio di organizzazioni di cricket, indicando i seguaci dei Gazosa come nemici mortali dello spasso e dell’anarchia. Le loro canzoni smielate, il loro ragionare sempre ligio alle regole ed il voler sempre essere al servizio della comunità li aveva resi talmente odiati che tutti voleva mettere le mani su di loro e riempirli di botte. Quando infine Faramir se li trovò davanti fu come quella festa in cui il vecchio panzone con la barba porta dei doni e lui è felice… ah, sì, il pagamento della cauzione!
Il figlio del re alzò un braccio (l’odore dell’ascella appena liberata causò l’autocombustione all’istante di sei ettari di bosco nei pressi della Statale) ed indicò i Nazgul sulle loro biciclette che li fissavano in fila indiana sul ciglio della strada. Probabilmente erano pronti a lanciare uno di quei loro maledetti incantesimi in cui le vittime andavano a fare volontariato e abbracciavano i genitori, ma Faramir sapeva di essere troppo un duro per poter essere cambiato, e non avrebbe lasciato loro il tempo di fuggire. Superò il gruppetto di ciclisti e fermò la Harley Davidson con una frenata, mentre gli altri Morti Putrefatti (in quel momento i nasi dei Nazgul capirono l’origine del aggettivo che componeva il nome della banda) li circondavano.
Faramir scese dalla motocicletta, la quale sembrò lasciarsi sfuggire un sospiro di sollievo una volta liberata dal grave peso del biker, e prese da una delle borse ai lati dell’Harley Davidson una catena di ferro. Era la catena con cui teneva legata la iena che gli era stata regalata a quattro anni, e che dopo tre settimane aveva preferito suicidarsi tenendo il muso nella ciotola dell’acqua fino ad annegarsi, piuttosto che essere animale domestico di Faramir.
Intonando “Die, Die My Darling”, il principe cominciò a roteare sopra la testa la catena di ferro, seguito dagli altri Morti Putrefatti che impugnavano stelle del mattino, tubi di ferro e altri oggetti contundenti. I Nazgul, circondati da quei bisonti inferociti, provarono disperatamente a difendersi ed a fuggire, ma ogni tentativo fu vano e dovettero incassare i colpi e le botte.
Le biciclette si ribaltarono, i Nazgul urlavano invocando pietà e l’intervento divino di Santa Caterina Caselli(1) affinchè illuminasse i cuori dei loro assalitori, ma nulla potè fermare il massacro.
Pipino e Merry rotolarono fuori dai cestini, finendo nella strada. Ritrovandosi sotto quei folli motociclisti, Pipino cercò di allontanarsi da quello scenario di violenza, temendo di venire a sua volta colpito: in realtà i Morti Putrefatti, date le pance che si erano faticosamente guadagnati a furia di trangugiare birra e sforzarsi di oziare tutta la giornata, non riuscivano nemmeno a vedersi le scarpe (ed uno di loro portava gli sci da novembre e non se n’era ancora accorto), quindi restare tra le loro gambe era il luogo più sicuro in tutta la zona.
Ripetendo l’attività da verme che aveva fatto anche nello spiazzo del bosco, raggiunse il bordo della striscia di asfalto e si lasciò rotolare nella breve scarpata, scomparendo alla vista in un cespuglio di fiori.
Una volta nascostosi alla meglio, cercò con la vista il suo amico, pregando si fosse salvato anche lui. Scrutò ogni dove la sua vista poteva arrivare da quel rifugio improvvisato, finchè, con un sospiro di sollievo, lo notò confuso e sdraiato contro un sasso in un punto non visibile dalla strada.
Pipino tornò con lo sguardo alla battaglia tra i Nazgul ed i Morti Putrefatti, ma dalla sua posizione non poteva vedere nulla se non qualche dente che volava; le urla strazianti che sentiva compensavano comunque l’impossibilità di vedere la sorte dei loro rapitori, e ringraziava il cielo di non poter assistere a quel macello.
Nonostante il frastuono che proseguì per diversi minuti, finchè non sopraggiunse un camion che trasportava sapone, che fece fuggire sulle loro moto i Morti Putrefatti, nemmeno fosse stata un’autobotte piena di Acqua Santa, le palpebre pesanti di Pipino si abbassarono sempre più, finchè un tepore non invase il corpo del giovane hobbit e non si addormentò dopo due giorni passate in bianco.

Quando, rombando sulle loro moto, i Morti Putrefatti abbandonarono i Nazgul sanguinanti e doloranti, questi ultimi vennero lasciati come stracci vecchi, abbandonati sul ciglio della strada. Nessuna macchina o camion si fermò a prestare loro aiuto, anche perchè la Statale venne chiusa da lì a pochi minuti per permettere la manifestazione madre del Festival che si stava tenendo a Minas Tiris: la maratona delle capre, gara attorno alla quale giravano somme da capogiro in scommesse per lo più illegali, ed in cui ogni anno decine di concorrenti con le corna venivano squalificati dopo un esame approfondito di antidoping.
Uno alla volta, colpiti da acciacchi e dolori dovuti a fratture multiple scomposte, i Nazgul si alzarono, aiutando i compagni messi ancora peggio: Federico I aveva un bernoccolo in testa, mentre la bicicletta di Valentina II poteva anche essere abbandonata dov’era, ormai inservibile con una ruota storta.
Dopo essersi assicurato che tutti potevano raggiungere un ospedale senza l’ausilio di una lettiga, Vincenzo I controllò la salute anche dei loro due prigionieri. In realtà, non rimase molto sorpreso quando si accorse che non c’erano più, e la sua speranza di stringere nelle mani il tanto agognato DVD del concerto di Zagarolo si rivelò quello che era in realtà, cioè un sogno. Possibile che qualcuno lassù, nell’Olimpo della musica leggera, non volesse che entrassero in possesso di quella reliquia sacra?
Si rivolse ai suoi fratelli, la disperazione nel cuore e la tristezza nella voce: – Il portatore dell’anello è fuggito… Non potremo compiere la missione che Sauron ci ha assegnato, e non potremo entrare in possesso del sacro Dvd.
Nessuno tra i Nazgul osò proferire parola, nessuno ebbe il coraggio di interrompere quell’infausto momento di costernazione. Almeno finchè Vincenzo II non aprì bocca dalla quale uscì la più infame delle bestemmie.
- Massì, va be’! Non è altro che un Dvd con uno che tossisce… Vale la pena passare tutti questi casini per una roba che possiamo scaricare da Youtube?
Quel gran figlio di un ascoltatore di musica New Age, ex fan di Ligabue e di Fabri Fibra che si diceva pentito del suo passato peccatore, si meritò ogni pugno e calcio che gli altri Nazgul gli assestarono, prima di legarlo e costringerlo ad ascoltare i Pitura Freska a ripetizione, usando del nastro adesivo per bloccargli gli auricolari del lettore Mp3 alle sue orecchie.

Quando Pipino si risvegliò il sole era ormai basso sull’orizzonte, prossimo a scomparire oltre la catena montuosa che lui ed il suo gruppo avevano drammaticamente attraversato seguendo il tunnel di Moria.
Si rigirò dolorante, i muscoli anchilosati per la continua stretta delle funi e le membra stanche per la lunga dormita, cercando di trovare qualcosa con cui liberarsi. Grazie al cielo, nelle ultime luci della giornata, notò poco lontano da lui il calorifero dei Nazgul: probabilmente si era staccato dal portapacchi della bicicletta durante il sanguinario attacco di quei folli motociclisti ed era franato lungo la scarpata. Con uno sforzo immane, Pipino riuscì a raggiungere il termosifone e, con pochi colpi, anche perchè la fune si era ormai rovinata, riuscì a liberarsi.
Ora di nuovo in gradi di camminare, massaggiandosi i polsi doloranti per la morsa della corda, fece qualche passo incerto verso Merry. Lo svegliò e lo aiutò ad alzarsi, quindi, usando un sasso piatto nelle vicinanze, tagliò le funi che lo legavano.
- Stai bene, Merry? – chiese, quando lo liberò del fazzoletto.
L’hobbit si stirò, risvegliando i muscoli rimasti troppo tempo bloccati. – Non lo so, mi sento strano… riesco quasi a fare ragionamenti sensati e vedo tutto nitido… ho quasi voglia di trovarmi un lavoro e mettere la testa a posto.
- Non ti preoccupare, – rispose Pipino, battendogli una mano su una spalla. – non è una malattia contagiosa, al giorno d’oggi. Noi la chiamiamo “essere sobrio”, ma se non ci sei abituato possiamo cercare qualche alcolico.
Merry si grattò la testa, confuso. – Non lo so, ho quasi voglia di provare a bere dell’acqua… è vero che non ha nessun gusto?
Troppo stanco e stravolto per parlare di bevande, Pipino decise che era meglio riprendere il viaggio: due hobbit da soli nei boschi fuori dalla Contea, di notte, potevano correre molti pericoli. Negli ultimi tempi si aggiravano creature spaventose, nelle selve attorno ad Isengard… secondo alcuni erano esperimenti genetici fuggiti dalla Città della Scienza; al parere di altri, invece, erano creature provenienti dagli inferi evocate da Sauron per distruggere il mondo. Andarsene subito da lì sarebbe stata l’idea migliore.
Pipino spiegò a Merry quanto aveva appena deciso. – Seguiremo la scarpata, finchè non troveremo un passaggio per raggiungere la strada qui sopra: lì faremo l’autostop e cercheremo di farci portare in qualche città o villaggio, dove chiedere aiuto.
Non trovando alternative migliori, l’hobbit fu d’accordo. – Mi auguro solo di non essere raccolti da qualche pazzo assassino di quelli che si vedono nei film horror.
- Dai, è statisticamente impossibile… oggi abbiamo già avuto la nostra dose di sfiga, che altro può accaderci?
Dopo qualche istante e aver deciso che direzione prendere, si avviarono verso Nord. Le luci dei lampioni della Statale avevano cominciato ad accendersi, ma il traffico era completamente assente: Pipino e Merry lo ignoravano, ma la loro speranza di potersene andare da qual luogo selvaggio con l’autostop sarebbe rimasto tale poichè, durante la maratona delle capre, si era svolto un incidente che aveva coinvolto due partecipanti, e la gara così come la Statale erano state interrotte in attesa dell’arrivo della scientifica per i rilevamenti.
Ormai le stelle stavano cominciando a pullulare la volta celeste, e dalla foresta cominciavano a provenire le grida di creature conosciute e ignote, ma pur sempre letali. Ululati, urla spaventose, tutto ciò causò un brivido nella schiena a Pipino che, senza accorgersene, allungò il passo.
Dopo più di un chilometro il terreno cominciò ad alzarsi, giungendo al livello della strada, nel punto in cui si trovava una piazzola con un distributore di benzina.
Lo spirito ed il corpo rinvigoriti dalla celestiale visione del cartello luminoso che annunciava diesel a prezzi stracciati, i due hobbit abbandonarono il trotto e cominciarono a correre verso la zona di servizio: finalmente avrebbero potuto incontrare delle persone, trovare cibo e bevande con cui ristorarsi, un luogo caldo e sicuro in cui passare la notte…
Risalendo a perdifiato la salita, Pipino già si pregustava un piatto di pasta, anche riscaldata nel microonde, ed una bella Sprite. Ah, sì, sarebbe stato fantastico! E poi un bel salto in bagno, che dopo tutte quelle ore passate legato era desiderabile quanto una boccata d’aria mentre si annega. E quanta luce c’era lì sopra, proveniente dal piazzale della stazione di servizio: doveva essere un edificio bello grande, forse una sorta di piccolo autogrill come quelli sulle autostrade, ma a dimensione di Statale. Ma non importava se fosse grande o piccolo, bastava che fosse abita…
Pipino si bloccò di colpo, quando giunse sulla sommità della salita e si trovò in vista della stazione di servizio. Non c’era nessun centro commerciale, nessuna macchina ad attendere di fare benzina, nessuna famiglia felice che mangiava hamburger. Solo un vecchio edificio che bruciava, ormai un rudere prossimo a crollare, con le pompe di benzina da cui eruttavano violenti fiotti di fiamme, illuminando la zona a giorno. Un paio di macchine nel piccolo parcheggio erano state devastate a colpi d’ascia, mentre il grosso palo che sorreggeva il cartello con la marca della compagnia petrolifera era stato abbattuto sulla Statale.
- Per gli dei! – esclamò Merry, quando raggiunse Pipino e vide anche lui quella devastazione. – Chi può essere stato? Quelli che hanno attaccato i Nazgul?
Pipino non aveva risposte alla domanda del suo amico, e non era intenzionato a rimanere abbastanza a lungo in quel luogo per poterne trovare. – Sarà meglio andarcene.
- Perfettamente d’accordo. – rispose Merry.
- Io no. – ribattè qualcun altro. – Perchè non restate con me?
Paralizzato dal terrore che gl’impediva di fuggire, Pipino mosse lentamente lo sguardo verso un’imponente ombra che si era staccata dall’oscurità. In pochi istante, avanzando con passo deciso verso di loro, il fantasma nero prese le forme di un grosso uomo che sarebbe stato in grado di avere facilmente ragione su uno qualsiasi dei motociclisti che li avevano assaliti durante la mattina appena passata. Su una spalla teneva appoggiata un’ascia bipenne di dimensioni mostruose.
Merry, completamente terrorizzato, si gettò dietro Pipino, in cerca di un riparo, come se l’amico alto mezzo metro avesse potuto fermare in qualche modo quel mostro grande quanto un armadio a tre ante.
Pipino a sua volte dovette trattenersi dallo svenire quando, nella luce intensa e tremolante dell’incendio, riconobbe sulla maglietta del gigante con l’ascia una spiga di grano saraceno rossa.
- Buonasera, piccoli inquinatori. – salutò con un sorriso sadico e beffardo l’adepto al Culto del Furmentun. – Mi spiace ma abbiamo finito la benzina per le vostre dannate auto inquinanti… sarò comunque felice di timbrare le vostre carte fedeltà con questa. – E si tolse dalla spalla l’abnorme ascia, soppesandola con entrambe le mani con facilità, quasi fosse un giocatolo di plastica.
In quel momento di terrore, sicuro che la sua fine fosse ormai giunta, la mente di Pipino riandò inspiegabilmente per un istante alla battuta zen che aveva fatto a Merry, dicendogli che per quel giorno avevano già avuto la loro razione di sfurtuna… l’hobbit si chiese se fosse già passata la mezzanotte.

Riutilizzate sempre tutto due volte.
Anche la carta igienica.

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1. Dovete a Caterina Caselli la ribalta dei Gazosa sulla scena musicale italiana.

 

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Quello che (forse) state ascoltando come sottofondo musicale del mio blog è il brano Akuaduulza, tratto dall'omonimo e magnifico disco di Davide Van De Sfroos. Se volete leggere il testo in dialetto comasco e la sua traduzione, guardate qui.

La copertina dell'album

Sto leggendo...

Dune

Gli eretici di Dune
di
Frank Herbert
Pag. 400
Anno 1984

Il quinto libro della saga fantascientifica ambientata su Arrakis.

L'idiota

L'idiota
di
Fedor Michajlovic Dostoevskij
Pag. 610
Anno 1868

Sono arrivato a pagina 30, ma è interessante quanto sentire Signorini e Meyer parlare di affari altrui. Spero che proseguendo diventi meno soporifero.

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